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La colazione nel Medioevo (1)

Un giorno spiegherò il perchè del mio interesse verso la cucina e la convivialità medioevale italiana. Un giorno, però. Oggi voglio inaugurare questa serie (irregolare) di contributi dedicati al tema parlando della colazione: un momento che nel Medioevo e poi nel Rinascimento era ben differente da come lo concepiamo oggi. In questo primo post cercheremo di individuare le origini della colazione e tracciarne i primi passi.


11 ottobre 2025. Dopo una cena decisamente abbondante ed altrettanto abbondanti libagioni (l’amico Nicola Finazzo merita il premio di maggior produttore toscano di mojito) ci siamo concessi agli inevitabili discorsi a bischero sciolto (come si dice in Toscana). Discorsi di cui evito anche soltanto ad accennare… Al termine, ci siamo dedicati alla colazione. No, non abbiamo fatto così tardi da meritarci un caffé ed un pezzo dolce o salato. Abbiamo fatto una colazione tardo medioevale!

La colazione ? Dopo il banchetto!

Secondo Giovanni Pontano, uno dei massimi esponenti dell’Umanesimo napoletano del Quattrocento, la colazione era il prolungamento dell’ultimo servizio di un banchetto: l’occasione per il Signore per sfoggiare la sua ricchezza e disponibilità verso gli ospiti. Non a caso uno degli elementi di questa estensione “elegante e magnifica” (come la definisce proprio Pontano) del convito erano i costosi lavori in zucchero, preparazioni spesso fatte più per l’occhio che per la bocca e di cui magari un giorno avremo modo di parlare. Pontano scrive alla fine del Quattrocento, quando la colazione aveva già subito un’importante trasformazione.

La prima testimonianza di una colazione medioevale

Per capire che cosa era originariamente la colazione dobbiamo spostarci nell’ambito letterario. Le prima attestazione della colazione la troviamo infatti nelle “Novelle” di Giovanni Sercambi, nato a Lucca nel 1347 e morto nella stessa città nel 1429. Ricordo a proposito che le novelle sono un elemento fondamentale nel panorama letterario italiano, fornendo – pur nella loro brevità – importanti informazioni sulla società e della condizione umana del periodo in cui furono composte.

Come nel ben più famoso “Decameron” del Boccaccio, lo spunto della narrazione del Sarcambi è una epidemia di peste. A differenza però dei giovani fiorentini, la brigata lucchese non si raduna in una villa ma si mette in cammino, girovagando lungo l’intera penisola.

Nel capitolo 124 i protagonisti, giunti a Francolino (che possiamo identificare con l’odierna frazione di Ferrara), dopo aver cenato – «per poter alquanto smaltire il cibo» – si dedicano alle danze. Dopo un insegnamento morale dei religiosi che ospitavano la brigata, il proposto «fatte fare collazione al modo usato, comandò che tutti a posar n’andassero»1.

La colazione nasce nei monasteri…

Molto interessante l’espressione «nel modo usato», che non dobbiamo fare l’errore di riferire alle abitudini della brigata (la colazione non ricorre infatti in alcuna altra parte del testo) ma a quelle monastiche.

Come noto nel IV secolo venne istituito, ad imitazione di quello di Cristo nel deserto, il digiuno quaresimale. L’impossibilità di attenervisi in modo rigoroso per tutto il periodo prescritto, soprattutto per le persone che svolgevano attività lavorative, portò a considerare la notte un limbo in cui il tempo del digiuno – diciamo così – si sospendeva.

Si andò così affermando lo spuntino serale, che consisteva in una modesta refezione di pane e vino e che venne canonizzato nell’817. Questo spuntino era spesso accompagnato dalla lettura delle vite dei padri della chiesa composte da san Giovanni Cassiano: le “Collationes”. La conseguenza fu che questa modesta refezione iniziò ad essere chiamata, all’accusativo, collatione da cui colazione.

…per diventare poi un MOMENTO DI SVAGO!

Al di fuori del contesto conventuale, nella società laica, la colazione passò ad indicare un rinfresco da consumarsi a breve distanza dal pasto principale o addirittura a sé stante, in concomitanza di momenti di svago. In tal senso, la colazione medioevale è un rituale di evasione. Un rito molto simile ai nostri aperitivi e ai rinfreschi offerti in occasione di ricevimenti pomeridiani, riunioni di lavoro, festeggiamenti ecc.

Una testimonianza a proposito si viene sempre dal Sercambi. Nella novella «De subito amore accenso in muliere», in cui si narra la vicenda di Agata’ de’Berlinghieri, si legge: «E restate [NdA: cessate] le danze e’ canti e postosi a sedere faccendo collazione di vini e confetti, Biliotto acostasi a Agata sposa»2.

Proprio il servizio di vini e confetti, citato anche del “Decameron” di Boccaccio e nelle “Porrettane” del bolognese Giovanni Sabadino degli Arienti (vissuto a cavallo tra Quattro e Cinquecento)3, divenne al tempo un vero e proprio sinonimo di colazione. Colgo l’occasione per ricordare che durante il Medioevo la categoria dei confetti comprendeva anche le preparazioni che oggi chiamiamo canditi e gelatine. 

Colazione e meranda: due momenti differenti

L’identificazione tra il servizio di vini e confetti e la colazione è importante perché ci permette di distinguere questa dalla merenda. Ancora una volta ci viene in soccorso Sercambi, che distingue chiaramente i due termini utilizzandoli in contesti diversi.

Nella novella «De justo judicio» il termine merenda indica il desinare di un lavoratore4 mentre in «De magna golositate» indica un pasto pomeridiano: «Or che la nostra novella si dirizza al ditto de’ Corbi, dicò quanto la sua golosità era: che non vastandoli il pane e ‘l bere la mattina, e ‘l desinare e poi la merenda, sequentemente la cena e doppo la cena (che ogni notte almeno II volte mangiava né mai parea si vedesse sazio»5. La colazione non è qui citata, a testimonianza che si trattava di un rituale di evasione più che di un vero pasto.

Una colazione medioevale in tutto e per tutto è quella descritta nel componimento “Il saporetto” dall’orvietano  Simone de’Prodenzani,  rimatore acuto ed innovativo vissuto tra il 1351 e il 1438. Agli ospiti di un immaginario trattenimento danzante sono offerti «vini et confecti, de zucchar tucti et pur li più perfecti ch’io vedesse»6, accompagnati da frutta candita, marzapane, pinocchiato (una sorta di torrone di pinoli, spesso ricoperto d’oro in sfoglia), cialde zuccherate e chiariera ovvero da un vino dolcificato e aromatizzato.

Il fegato? perfetto per una colazione da ghiottoni

Il termine colazione prese, nel parlare comune, anche il significato ironico di intemperanza godereccia. Il famoso medico Michele Savonarola, nel suo “Libreto de tutte le cosse che se magnano”, opera composta tra il 1450 e il 1452 e pubblicata per la prima volta a Venezia da Simone da Laure nel 1508, parlando del fegato scrive è «Questo è cibo da collatione cum bono vino e ciò sano quelli che lezeno la buccolica»7. Espressione quest’ultima gergale che significava essere ghiottoni.

A partire dal 1472 la colazione entra però in una nuova dimensione, quella ricordata dal Pontano. Di questo però parlerò un altro post…

  1. G. Sercambi, Novelle**. Nuovo testo critico con studio introduttivo e note, a cura di Giovanni Sinicropi. Firenze: Casa Editrice Le Lettere [Università degli Studi di Torino / Fondo di studi Parini-Chirio; collana ‘Filologia. Testi e studi’; 5], 1995, a p. 983. La citazione precedente a p. 982. ↩︎
  2. G. Sercambi, op. cit., 1995, a p. 1256. ↩︎
  3. G. Sabadino degli Arienti, Le Porrettane, a cura di B. Basile. Roma: Salerno Editrice [collana ‘ «Questo conte Andrea suo figliulo, essendo dunque a quisti nostri bagni, doppo lo asumpto disenare, come uomo benigno e grazioso, insieme cum la sua compagnia de venusti giochi, suoni, canti e balli dilecto prendeva, e questi fastevoli piaceri tutti li bagnaroli e altre gente de varie nazioni quivi, come curiali, concorrevano. E in quisti solazzi stato tanto che Febo avesse le sue forze alquanto dimesse, e facto cum liberale dolceza de vini e confecti, secundo el luoco, colocionare […]» ↩︎
  4. G. Sercambi, op. cit., 1995, a p. 886: «Una donna di Cerreto, portando a uno suo marito nomato Landra merenda». ↩︎
  5. G. Sercambi, op. cit., 1995, a p. 872. ↩︎
  6. J. Nádas, A cautious reading of Simone Prodenzani’s “Il Saporetto”, in “Recercare”, vol. 10 (1998), a p. 31. ↩︎
  7. M. Savonarola, Libreto de tutte le cosse che se magnano: un’opera dietetica del sec. XV, a cura di J. Nysted. Stockholm: Almqvist & Wiksell [collana ‘Acta Universitatis Stockholmiensis. Romanica Stockholmiensia’; 13], 1988 a p. 208. ↩︎